LA PAROLA AGLI ESPERTI: LA DIFFICOLTA’ DI CRESCERE FIGLI CON ADHD

copertina manuale genitori 2

I genitori spesso si trovano impreparati nella gestione del comportamento “difficile” di un figlio con ADHD.

Crescere figli significa affrontare e risolvere problemi. Non avviene mai attraverso leggi e modelli tutti uguali.
A volte, per non perdere la sfida, è necessario rivolgersi a uno specialista. Non sempre infatti la famiglia ha la giusta ‘cassetta degli attrezzi’.

Nel caso di un bambino con ADHD, i genitori spesso si trovano impreparati nella gestione del comportamento problematico di un figlio.
La domanda, infarcita di ansia, è nota: dove ho sbagliato?
Forse, la risposta è meno immediata: lo sbaglio è considerare l’ADHD una normale fase della crescita, o il risultato di una disciplina educativa inefficace!

Il Prof. Neuropsichitra di Cagliari Alessandro Zuddas, elenca le caratteristiche di un problema, che genera stress e sconforto in genitori e insegnanti:

Il bambino con disturbo evolutivo dell’attenzione e dell’autocontrollo ha difficoltà a selezionare gli stimoli, nel senso che cerca di rispondere a tutti senza riuscire a selezionare di volta in volta le risposte più adeguate: ciò che gli adulti percepiscono è che non controlla i suoi impulsi, non segue le regole, è impertinente”.

Pescando invece nell’elenco dei luoghi comuni, utilizzati per trovare ragioni al comportamento irrequieto, ci sono anche tutte le premesse per accusare i genitori:

  • il bambino è cattivo e bisogna rimproverarlo a lungo;
  • sono necessarie maggiore disciplina e qualche punizione esemplare;
  • il padre e la madre sono troppo tolleranti.

In realtà, i bambini con ADHD hanno una diversa percezione del tempo e – spiega il Prof. Zuddas – non riescono a regolare il proprio comportamento in funzione del suo trascorrere e degli obiettivi da raggiungere”.

Se il problema non viene affrontato in maniera adeguata, i bambini con ADHD vanno incontro ad enormi frustrazioni: problemi di socializzazione, bassa autostima, depressioni e, una volta adulti, anche a devianze e dipendenze.
Sulla base della gravità del caso, lo specialista può disporre un intervento combinato: un percorso educativo, da suggerire anche ai genitori, e se necessario una terapia farmacologica.

E’ da sfatare infatti il pregiudizio che impone di non somministrare mai farmaci ai piccoli pazienti.
La cura farmacologica ha però dei limiti:

Il farmaco – avverte il Prof. Zuddas – è “stupido”, non insegna niente e agisce solo quando viene assunto. Consente però alla famiglia di avere un supporto durante il percorso educativo da intraprendere col bambino.
Quando usati in maniera appropriata, tali farmaci permettono di aumentare la capacità del bambino nel selezionare gli stimoli, diminuendo la sua fatica nell’affrontare compiti che percepisce come troppo lunghi e noiosi.”

Ciò aiuta il bambino ad acquisire nuove abilità, che gli permettono di affrontare meglio le sfide quotidiane.
Un’ immagine può servire da esempio: le rotelle di una bici per piccoli e aspiranti ciclisti.. una volta imparato a pedalare, le rotelle spariscono.

La precisazione, mai inutile, è che l’intervento – sia educativo che farmacologico – deve svilupparsi sotto rigoroso controllo medico.
L’obiettivo è quello di insegnare e di guidare il bimbo alla conquista di piccole, grandi abilità. Si tratta di un disturbo che non va a regredire; al contrario, migliora con un interventi mirati. Ogni bambino è unico e la sintomatologia si presenta con diversi livelli di gravità ”.

Ogni progresso, anche il più piccolo, deve essere perseguito con la partecipazione attiva della famiglia, della scuola e di tutte le figure che ruotano attorno al bambino.
Attraverso il “parent training” e il “teacher training” (attività di formazione che coinvolgono la famiglia e gli insegnanti), si punta al miglioramento della relazione e della comunicazione con questi bambini.

Questi interventi, fatti da specialisti adeguatamente formati,  sono efficaci per l’insegnamento delle abilità adattive (linguaggio, comunicazione, gioco, socializzazione, autonomie personali, abilità accademiche) e per la riduzione dei comportamenti problema (aggressività, autostimolazioni, autolesionismo).

Neuropsichiatra di Cagliari-Prof. Alessandro Zuddas

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